
È l’11 settembre 2001. Hai l’età in cui i pomeriggi sembrano non finire mai e il mondo, almeno per quanto ne sai, appare ancora semplice e ordinato. Sei adolescente, seduto davanti alla televisione con un fumetto tra le mani. Leggi qualche pagina, poi alzi lo sguardo verso lo schermo; lasci passare le immagini, più come sottofondo che come vero programma da seguire. In televisione c’è la Melevisione, con i suoi personaggi, i colori vivaci e l’atmosfera rassicurante delle storie per bambini. Poi, all’improvviso, qualcosa cambia. La trasmissione viene interrotta bruscamente. Al posto del programma compare un annuncio urgente:
è successo qualcosa a New York, alle Twin Towers, il World Trade Center di Manhattan. All’inizio non capisci davvero. Le parole arrivano frammentarie, accompagnate da immagini confuse e da edifici avvolti dal fumo. La televisione, che fino a pochi istanti prima raccontava favole e avventure fantastiche, mostra ora una realtà impossibile da comprendere. Due torri immense, simbolo di una città e di un’intera epoca, sono state colpite da due aerei. Il fumetto resta aperto sulle tue gambe. Non riesci più a concentrarti sulle vignette né sui dialoghi. Continui a guardare lo schermo, cercando di dare un senso a quello che sta accadendo. Gli adulti intorno a te cominciano a parlare, fanno telefonate, cercano notizie. Le loro espressioni cambiano: preoccupazione, incredulità, paura. Quel pomeriggio segna una frattura. Fino a poco prima il mondo sembrava distante, fatto di luoghi che conoscevi soltanto attraverso le mappe, i film o i telegiornali. New York era una città lontana, quasi immaginaria. Eppure, guardando quelle immagini, capisci che qualcosa accaduto dall’altra parte dell’oceano può entrare direttamente nella tua casa, interrompere un programma, fermare una lettura, modificare il tono delle conversazioni. L’11 settembre 2001 non è soltanto la data di un attentato terroristico. Per molti è anche il momento preciso in cui l’infanzia o l’adolescenza hanno lasciato spazio a una nuova consapevolezza. È il ricordo di una televisione accesa, di un programma interrotto, di un fumetto dimenticato e di immagini che nessuno avrebbe voluto vedere, ma che sono rimaste impresse nella memoria. Da quel giorno, ogni volta che torna l’11 settembre, riaffiora anche quella scena: il pomeriggio qualunque, la Melevisione, il fumetto tra le mani e la realtà che, senza preavviso, irrompe nello schermo. (Ferrara).
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