Gli Stati Uniti d’America hanno intensificato gli avvertimenti contro i Paesi che mantengono rapporti commerciali con l’Iran, minacciando misure severe nei confronti di chi acquista il petrolio prodotto da Teheran. L’obiettivo di Washington è quello di ridurre le entrate energetiche iraniane, considerate una fonte essenziale per sostenere il bilancio pubblico e le attività militari del Paese. Il principale acquirente del petrolio iraniano è la Cina, che secondo diverse analisi assorbirebbe circa il 90% delle esportazioni petrolifere di Teheran. Nel settembre 2025, il valore delle esportazioni iraniane sarebbe stato compreso tra 3,9 e 4,2 miliardi di dollari. La maggior parte di questo greggio sarebbe stata destinata alle raffinerie cinesi, spesso attraverso intermediari, società di comodo e rotte marittime difficili da monitorare.
Cina: il principale mercato del greggio iraniano
La Cina rappresenta il Paese più esposto alle eventuali nuove sanzioni americane. Pechino acquista da anni grandi quantità di petrolio iraniano, spesso con modalità che consentono di aggirare le restrizioni internazionali. Per Teheran, il mercato cinese è fondamentale: le vendite garantiscono decine di miliardi di dollari di entrate ogni anno. Tuttavia, le importazioni cinesi sarebbero già diminuite. Prima dell’inizio della guerra con l’Iran, Pechino acquistava in media circa 1,4 milioni di barili al giorno. Negli ultimi mesi, il volume sarebbe sceso intorno ai 700.000 barili quotidiani, a causa della riduzione dell’attività delle raffinerie e dell’utilizzo delle riserve nazionali. Secondo alcuni analisti, un eventuale blocco totale delle importazioni avrebbe quindi un impatto immediato limitato sulla sicurezza energetica cinese. La Cina dispone infatti di scorte consistenti e potrebbe compensare parte delle forniture iraniane acquistando greggio da altri produttori. Le nuove sanzioni, però, rischierebbero di aggravare ulteriormente i rapporti già tesi tra Washington e Pechino. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha respinto la logica delle sanzioni e ha avvertito che la Cina adotterà le misure necessarie per difendere i propri interessi. Pechino potrebbe quindi continuare ad acquistare petrolio iraniano, sebbene con maggiore cautela e attraverso canali ancora più difficili da individuare.
India: un possibile acquirente, ma con forti limiti
L’India è stata in passato uno dei principali compratori di petrolio iraniano. Nuova Delhi ha però interrotto le importazioni di greggio da Teheran nel 2019, dopo la reintroduzione delle sanzioni statunitensi. I rapporti commerciali tra India e Iran non sono comunque cessati. Tra aprile e dicembre 2025, i due Paesi hanno mantenuto scambi per circa 1,1 miliardi di dollari, soprattutto attraverso prodotti come riso e zucchero. Inoltre, l’India avrebbe acquistato petrolio iraniano nell’aprile di quest’anno, in un contesto segnato dalla crisi energetica. Per questo motivo, l’India potrebbe tornare a rappresentare uno sbocco per il greggio iraniano, soprattutto se i prezzi internazionali aumentassero o se le forniture provenienti da altri Paesi diventassero più costose. Un ritorno stabile agli acquisti, tuttavia, esporrebbe le aziende indiane al rischio di sanzioni americane e potrebbe compromettere i rapporti commerciali con gli Stati Uniti.
Altri Paesi attraverso intermediari e flotte ombra
Oltre a Cina e India, il petrolio iraniano potrebbe raggiungere altri mercati tramite società intermediarie, documenti alterati e petroliere appartenenti alle cosiddette “flotte ombra”. Queste navi cercano di nascondere i proprietari, l’origine del carico e la destinazione finale, rendendo complesso ricostruire i flussi commerciali. Non è quindi sempre possibile stabilire con precisione quali Paesi acquistino direttamente petrolio iraniano. In molti casi, il greggio può essere trasferito da una nave all’altra in mare, miscelato con petrolio di diversa provenienza o venduto attraverso intermediari con sede in Paesi terzi. Tra i potenziali acquirenti indiretti potrebbero figurare:
- la Cina, il principale mercato di destinazione;
- l’India, che ha già riaperto sporadicamente i canali di acquisto;
- raffinerie e intermediari di Paesi asiatici disposti ad assumere il rischio delle sanzioni;
- società commerciali con sede in Stati utilizzati come punti di transito;
- operatori legati a reti informali che trattano petrolio proveniente da Paesi sottoposti a embargo.
Non è tuttavia possibile affermare che tutti questi Paesi acquistino regolarmente petrolio iraniano. In molti casi si tratta di potenziali canali di transito o di acquirenti indiretti, la cui attività è difficile da documentare.
Lo Stretto di Hormuz resta decisivo
Un elemento centrale della crisi è lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una parte significativa del petrolio e del gas destinati ai mercati asiatici. Secondo un rapporto di Nomura, circa il 38% del petrolio importato dalla Cina e il 23% del gas naturale liquefatto del Paese passano da questo corridoio marittimo.
Le informazioni sul traffico nello stretto restano però contrastanti. Mentre alcuni esponenti americani sostengono che il passaggio sia aperto e che il petrolio continui a fluire, l’Iran afferma il contrario. Anche i dati delle società di monitoraggio navale indicano flussi inferiori rispetto alle stime ufficiali.
La presenza delle flotte ombra rende il quadro ancora più difficile da interpretare. Secondo Kpler, nelle ultime settimane il traffico non identificato avrebbe rappresentato circa il 50% dei transiti nello stretto, rispetto al 12,5% rilevato circa un mese prima.
Le conseguenze per i prezzi dell’energia
Le sanzioni contro gli acquirenti del petrolio iraniano potrebbero ridurre le entrate di Teheran, ma rischierebbero anche di provocare effetti sui mercati internazionali. Una diminuzione delle esportazioni iraniane ridurrebbe l’offerta globale e potrebbe spingere verso l’alto il prezzo del petrolio. Le conseguenze ricadrebbero anche sui consumatori americani. L’aumento del prezzo del greggio durante la guerra ha già contribuito a far crescere il costo della benzina negli Stati Uniti, passato secondo i dati citati nel testo da una media di 3,15 a 4,10 dollari al gallone. Per Washington, dunque, la pressione sull’Iran comporta un equilibrio complesso: colpire il principale finanziatore energetico di Teheran senza provocare un’impennata dei prezzi globali o un nuovo scontro commerciale con la Cina. Al momento, la Cina resta il Paese che potrebbe continuare ad acquistare la maggior parte del petrolio iraniano. L’India rappresenta invece un possibile acquirente secondario, mentre altri compratori potrebbero operare indirettamente attraverso intermediari e flotte ombra. L’efficacia delle minacce americane dipenderà dalla capacità di monitorare questi canali e dalla disponibilità dei Paesi coinvolti ad accettare il rischio di nuove sanzioni.
#petrolio #economia #mondiale #Iran #Cina #Usa
