Pensionato riceve 300 euro come comparsa per un film, l’Inps gliene chiede 34mila. Ecco come è andata a finire

La vicenda di un pensionato modenese, apparso per soli due giorni come comparsa sul set di un film girato da un regista americano, ha sollevato un acceso dibattito sull’interpretazione delle normative previdenziali italiane: stando a quanto si apprende, dopo aver guadagnato 300 euro lordi come rimborso spese, l’uomo si è ritrovato a dover restituire 34.000 euro all’INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale). La questione è emersa nel 2022, quando il pensionato ha partecipato a una giornata di riprese senza assumere alcun ruolo attivo sul set, limitandosi a posizionarsi accanto ad altre persone. Nonostante il compenso modesto, l’INPS ha sostenuto che questa attività configurasse un rapporto di lavoro subordinato, incompatibile con la pensione anticipata “quota 100” già percepita dall’uomo:

La decisione della Corte d’Appello

Il percorso legale ha visto la Corte d’Appello di Bologna respingere il ricorso dell’INPS, ritenendo che l’attività svolta dal pensionato fosse da considerarsi come lavoro occasionale autonomo e quindi cumulabile con la pensione. Questa conclusione non è nuova; il Tribunale di Modena aveva già riconosciuto l’illegittimità della richiesta di restituzione da parte dell’INPS, confermando il diritto dell’uomo a mantenere la sua pensione e sottolineando che il lavoro di comparsa non assumeva le caratteristiche di un’attività lavorativa subordinata. I giudici del Tribunale civile di Bologna, sezione lavoro, “hanno respinto definitivamente nel merito il ricorso dell’Inps”. Durante il procedimento, infatti, è emerso che il pensionato non aveva “prestato lavoro nei termini indicati dall’Inps”. L’uomo aveva ceduto i diritti di immagine a una società senza firmare contratti di lavoro. La sua prestazione poteva inquadrarsi “come lavoro occasionale autonomo, cumulabile con il suo trattamento pensionistico”. Questo caso mette in evidenza le problematiche legate alla legislazione previdenziale italiana, spesso ambigua e difficoltosa da interpretare. La differenza tra lavoro autonomo e subordinato può sembrare sottile, ma ha ripercussioni significative sulla vita dei cittadini, come dimostra il dramma di un pensionato costretto a restituire una somma ingente per aver svolto un’attività temporanea e informale. La sentenza a favore del pensionato rappresenta un’importante vittoria non solo per lui, ma anche per quanti si trovano in situazioni simili. Riconoscere il diritto a un’attività occasionale senza compromettere la pensione è un passo significativo verso una maggiore equità nel trattamento dei pensionati e nella comprensione dei vari aspetti legali che li coinvolgono. La vicenda rimane, quindi, un monito sulla necessità di un’interpretazione più chiara e giusta delle leggi previdenziali.

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