La Banca di Francia ha venduto la sua quota d’oro detenuta a New York (129 tonnellate, circa il 5% delle sue riserve totali di 2.437 tonnellate) tra luglio 2025 e gennaio 2026. L’operazione, motivata da ragioni tecniche legate all’aggiornamento degli standard dei lingotti, ha generato una plusvalenza complessiva di 12,8 miliardi di euro: 11 miliardi nel 2025 e 1,8 miliardi nel 2026. Questo guadagno ha permesso all’istituto di evitare una perdita nel 2025 e di chiudere l’esercizio con un utile di 8,1 miliardi, che compensa il rosso di 7,7 miliardi registrato nel 2024. Non sono stati distribuiti dividendi allo Stato:
Rinnovo delle riserve e standard internazionali:
Da quasi vent’anni la Banca di Francia sostituisce lingotti più datati con oro che rispetti i criteri della London Bullion Market Association (purezza superiore al 99,5%). Un audit interno del 2024 aveva raccomandato il completamento del processo per la quota ancora a New York. La vendita negli Stati Uniti è stata accompagnata dall’acquisto di un equivalente quantitativo di lingotti ora detenuti a Parigi; non c’è stato trasferimento fisico dall’una all’altra sede. Il governatore François Villeroy de Galhau ha sottolineato il carattere tecnico e non politico dell’operazione, definendola «eccezionale» e non destinata a ripetersi. Ha inoltre spiegato che i nuovi lingotti sono conservati in Francia perché l’oro con i requisiti più elevati è tipicamente scambiato sul mercato europeo.
Conseguenze geopolitiche e sicurezza nazionale:
Pur essendo motivata da esigenze tecniche, l’operazione riduce la dipendenza fisica delle riserve francesi da depositi esteri e attenua il rischio di sorprese derivanti da decisioni estere, in particolare statunitensi. Rimane però la specificità che non si è trattato di un ritorno fisico immediato dell’oro dagli Usa: la gestione delle riserve è stata riequilibrata tramite vendite e acquisti sul mercato. La Francia detiene la quarta riserva aurea mondiale, dopo Stati Uniti (oltre 8.000 tonnellate), Germania (3.352) e Italia (2.452), escludendo il Fondo Monetario Internazionale. Molti Paesi europei accumularono oro nel dopoguerra e parte delle riserve fu conservata negli Stati Uniti come precauzione durante la Guerra Fredda. Negli ultimi anni alcuni Paesi, come la Germania, hanno riportato parte delle riserve in patria (la Bundesbank ha recuperato una quota, ma il 37% resta a New York; l’Italia mantiene circa il 43% del suo oro negli Stati Uniti). Come i lettori ricorderanno, l’Italia ha ribadito che le riserve auree «appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano». Anche recenti richieste politiche in Germania mostrano una pressione continua per la riconsegna delle riserve detenute all’estero. L’operazione della Banca di Francia è essenzialmente un aggiornamento tecnico dei suoi standard di conservazione dell’oro che ha prodotto un significativo beneficio contabile. Tuttavia, riducendo la quota esposta a depositi esteri, ha anche una ricaduta politica: rafforza la sicurezza patrimoniale nazionale contro possibili interventi esterni, pur non rappresentando un cambio di politica permanente secondo la stessa banca.
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